Posted by: Pietro | 21 Maggio 2008

La storia insegna

La scuola media era stata scelta sul buon nome di un istituto lontano da casa, il che voleva dire poterci arrivare a piedi in un quarto d’ora attraversando la piazza principale. Tra tutte le materie che bisognava sopportare, si sperava che almeno disegno desse un attimo di respiro: invece a disegno c’era “il professore”. Non l’abbiamo mai chiamato per nome, come normale ai miei tempi, anche perchè aveva un’autorevolezza non comune; il problema più grosso era che chiamare disegno “educazione artistica” era stato preso sul serio, con addirittura un’enfasi maggiore sulla prima parola che sulla seconda.

Con il professore qualsiasi cosa si complicava: invece di comperare astucci di tempera preconfezionati si usavano tubetti sfusi di colori base da combinare tra loro, fare un plastico diventava il progetto per il recupero di uno spartitraffico in area verde; e poi c’era la storia delle miniguide. Ci si vedeva nel pomeriggio per un corso facoltativo di storia dell’arte sui monumenti della città e non ricordo nemmeno perchè decisi di frequentarlo; quando venne fuori che alla fine del corso avremmo potuto accompagnare dei turisti per la città, la convinzione era quella di lezioni per imparare cose da far scivolare verso altri: invece diventarono lezioni su “la città”, per noi.

Non ricordo discorsi espliciti del professore sul sociale, ma vedevamo le iniziative per la città alle quali partecipava, sentivamo la passione che aveva per quelle pietre. Spostandomi da una città all’altra seguendo il lavoro di mio padre, ero assuefatto all’idea del sociale come giustapposizione di relazioni personali: come per i compagni di scuola, da aggiornare ad ogni nuova classe. Non avevo mai sentito la città come relazioni tra persone che condividono la stessa vita. Invece, guardando le finestre nei vicoli della città medievale (che quasi si toccano da una casa all’altra) immaginavi le persone affacciate a parlare, guardando il palazzo del governo sulla piazza pensavi alle persone nell’attesa di decisioni, guardando le mura della città vedevi le persone che univano al loro interno, separate dalle altre.

Sono tanti i motivi per cui mi senta legato a questa città: forse l’età era quella giusta per vivere senza dover pensare troppo al futuro, sicuramente ho incontrato persone uniche, ma non c’è dubbio che c’è stato anche chi è riuscito a farci sentire che la storia insegna, e che eravamo noi gli scolari.

Posted by: Pietro | 12 Maggio 2008

Questa bella civiltà

Lunedì mattina: si riprende l’autostrada per tornare al lavoro, con Vasco che canta mentre sei in coda e le altre macchine ti sorpassano sulla corsia d’emergenza.

Ripenso alle discussioni alle superiori sul nostro contributo al cambiamento della società, con lo shock di scoprire che persino in un posto ai confini dell’impero come San Benedetto ci potesse essere qualcuno che pensava di farlo addirittura con le BR. Vedere come quel sentimento così diffuso di impegno sociale abbia lasciato il posto all’egoismo dei singoli ed al totale scollamento della cosa pubblica con il mondo reale crea disagio e senso d’impotenza.

Il disagio per il mancato senso di appartenenza a quello che mi circonda, infatti, si accompagna al senso di impotenza che deriva dal vedere come i ragazzi, che dovrebbero pensare ora a costruire la loro società, continuino a bruciare le loro giornate davanti la televisione a vedere concorsi di adolescenti aspiranti famosi, sfruttando i “tempi morti” di qualche notiziario per alzarsi e prendersi una giusta pausa di riposo.

Caro Vasco, non credo che spostarsi con la macchina sulla destra per dare almeno un po’ di fastidio ai furbi della corsia d’emergenza sarebbe stato considerato il massimo dell’impegno sociale dai miei compagni di scuola …

Posted by: Pietro | 21 Aprile 2008

Ci siamo

Dopo le tante volte che ho pensato di farlo,  per poi lasciar perdere, adesso provo anch’io.

Sarà perché sono appena tornato da un salto che ho fatto in moto ad Ascoli per salutare i miei, sarà per un paio di blog che ho trovato su questa città dalla quale manco da trent’anni, sarà per i post che mi hanno ricordato la bellezza della provincia, sarà per le canzoni di Alan Sorrenti che sto risentendo, ma la nostalgia del passato è sempre più forte.

E c’è la solita domanda che torna su cosa sia veramente importante, perché il colore del travertino può far commuovere, perché la simpatia di quattro parole in un commento può far sperare che la società non sia solo quella che vedi sui giornali.

In questo blog vorrei parlare delle cose che sono normalmente escluse dalla mia vita, ma alle quali penso quando sono con la testa fra le nuvole.

Thanks to Brian Simpson for the picture in my header.

Categorie