La scuola media era stata scelta sul buon nome di un istituto lontano da casa, il che voleva dire poterci arrivare a piedi in un quarto d’ora attraversando la piazza principale. Tra tutte le materie che bisognava sopportare, si sperava che almeno disegno desse un attimo di respiro: invece a disegno c’era “il professore”. Non l’abbiamo mai chiamato per nome, come normale ai miei tempi, anche perchè aveva un’autorevolezza non comune; il problema più grosso era che chiamare disegno “educazione artistica” era stato preso sul serio, con addirittura un’enfasi maggiore sulla prima parola che sulla seconda.
Con il professore qualsiasi cosa si complicava: invece di comperare astucci di tempera preconfezionati si usavano tubetti sfusi di colori base da combinare tra loro, fare un plastico diventava il progetto per il recupero di uno spartitraffico in area verde; e poi c’era la storia delle miniguide. Ci si vedeva nel pomeriggio per un corso facoltativo di storia dell’arte sui monumenti della città e non ricordo nemmeno perchè decisi di frequentarlo; quando venne fuori che alla fine del corso avremmo potuto accompagnare dei turisti per la città, la convinzione era quella di lezioni per imparare cose da far scivolare verso altri: invece diventarono lezioni su “la città”, per noi.
Non ricordo discorsi espliciti del professore sul sociale, ma vedevamo le iniziative per la città alle quali partecipava, sentivamo la passione che aveva per quelle pietre. Spostandomi da una città all’altra seguendo il lavoro di mio padre, ero assuefatto all’idea del sociale come giustapposizione di relazioni personali: come per i compagni di scuola, da aggiornare ad ogni nuova classe. Non avevo mai sentito la città come relazioni tra persone che condividono la stessa vita. Invece, guardando le finestre nei vicoli della città medievale (che quasi si toccano da una casa all’altra) immaginavi le persone affacciate a parlare, guardando il palazzo del governo sulla piazza pensavi alle persone nell’attesa di decisioni, guardando le mura della città vedevi le persone che univano al loro interno, separate dalle altre.
Sono tanti i motivi per cui mi senta legato a questa città: forse l’età era quella giusta per vivere senza dover pensare troppo al futuro, sicuramente ho incontrato persone uniche, ma non c’è dubbio che c’è stato anche chi è riuscito a farci sentire che la storia insegna, e che eravamo noi gli scolari.